Strage di via Caravaggio - Ne bis in idem
- SORRENTINO dr.ssa Antonella

- 20 lug
- Tempo di lettura: 16 min
Psicologia applicata al diritto penale
Autore: SORRENTINO dr.ssa Antonella
ISSN: 2785-0692

Sommario:
La strage di via Caravaggio: Il caso.
Il sopralluogo
Le indagini
Genetica forense
Ne bis in idem
La strage di via Caravaggio: Il caso
Ci sono delitti che si chiudono con un arresto e altri che continuano ad attraversare il tempo, sfuggendo a ogni conclusione definitiva. La strage di via Caravaggio appartiene a questi ultimi. Tre vittime, una scena del crimine che, ancora oggi, continua a restituire interrogativi.
Siamo a Napoli, nel 1975.
La giornata di un sabato è ormai finita quando l'avvocato Mario Zarrelli raggiunge gli uffici della Squadra Mobile della Questura di via Medina. Non porta una denuncia per un reato appena consumato. Porta qualcosa di diverso, una preoccupazione che, giorno dopo giorno, si è trasformata nella sensazione che dietro un'assenza prolungata possa nascondersi qualcosa di terribile. Da nove giorni sua zia Gemma Cenname non dà notizie di sé. Con lei sono scomparsi anche il marito Domenico Santangelo e Angela, figlia di primo letto dell'uomo. Nessuno risponde al telefono, nessuno apre la porta di casa, nessun vicino è in grado di offrire una spiegazione convincente. Gemma lavorava come ostetrica presso la clinica Villa del Pino e aveva terminato il turno il 28 ottobre e sarebbe dovuta rientrare in servizio il 31. Quel rientro non è mai avvenuto. All'inizio qualcuno pensa ad un imprevisto, poi ad un malore, infine ad una partenza improvvisa. Le ore, però, diventano giorni e i giorni iniziano ad assumere il peso di stranezza che non può più essere ignorata.
Il sopralluogo
E’ l’8 novembre, e il dirigente della Squadra MobileEmanuele Lobefalo, comprende immediatamente che quella vicenda richiede attenzione. Insieme ad alcuni uomini della Mobile e allo stesso Zarrelli raggiunge il civico 78 di via Caravaggio. È un edificio come tanti altri, nessun segno evidente lascia immaginare ciò che sta per essere scoperto. Le finestre sono chiuse, l'appartamento al quarto piano, non restituisce alcun rumore e la porta d'ingresso è serrata dall'interno.
Si decide allora di richiedere l'intervento dei Vigili del fuoco e una scala mobile viene posizionata lungo la facciata. Un pompiere raggiunge una finestra, solleva la tapparella e rompe il vetro con un calcio. È un gesto semplice, quasi meccanico, destinato a diventare il confine tra due realtà completamente diverse. Fino a quell'istante esiste una famiglia della quale si sono perse le tracce, ma solo pochi secondi dopo esiste una scena del crimine destinata ad entrare nella storia della criminalistica italiana.
L'uomo entra nella stanza.
Il primo elemento che colpisce non è ciò che vede, ma ciò che respira. L'odore della decomposizione invade l'intero appartamento, un odore che chi ha lavorato su scene analoghe descrive come impossibile da dimenticare. Nella camera da letto di Angela tutto appare fermo. Sul letto c'è la borsa della ragazza, è aperta e gli oggetti sono sparsi sul materasso. Non sembra il disordine lasciato da chi esce in fretta, ma assomiglia piuttosto che qualcuno l’abbia aperta, abbia osservato e frugato senza alcuna fretta. Poi, improvvisamente, il silenzio viene interrotto da una frase che ancora oggi accompagna la ricostruzione di quel sopralluogo.
«Sangue. Tanto sangue.»
Chi attende sul pianerottolo comprende immediatamente che la ricerca di tre persone scomparse è finita, e inizia qualcos'altro.
La porta dell'appartamento viene aperta dall'interno. Agli investigatori viene consigliato di coprirsi il volto con delle mascherine edentrando, nessuno ha ancora una visione completa di ciò che è accaduto. La casa non mostra il caos che normalmente si associa ad un'aggressione particolarmente violenta, anzi, alcuni ambienti sembrano quasi ordinati, ed è proprio questa apparente normalità a creare il primo disagio investigativo. Ci troviamo difronte una scena che non urla, ma sussurra!
Lo studio di Domenico Santangelo è il primo ambiente ad attirare l'attenzione, una scrivania ordinata, un bicchiere lasciato sul piano di lavoro con un residuo ormai essiccato sul fondo, un orologio elettrico fermo poco dopo le cinque. Piccoli dettagli che, osservati isolatamente, sembrano insignificanti ma che l'insieme a costruire il significato. Ed è proprio osservando l'insieme che qualcosa inizia lentamente a cambiare.
Sul soffitto compaiono gli schizzi di sangue.
Sul pavimento poco distante, un cuscino completamente impregnato. L'interruttore della luce conserva un'impronta ematica lasciata da una mano protetta da un guanto e tra la scrivania e il mobile radio una sottile striscia di sangue attraversa il pavimento e prosegue verso il corridoio. Non è una macchia casuale, è un percorso.
Le tracce ematiche possiedono una caratteristica che nessun'altra prova offre con la stessa precisione. Registrano il movimento. Dove il sangue cade, qualcuno si è mosso, dove il sangue striscia, qualcosa è stato trascinato e dove il sangue interrompe improvvisamente il proprio percorso, un'azione è terminata oppure ne è iniziata un'altra. È per questa ragione che il sangue viene spesso definito il testimone silenzioso della scena del crimine. Conservare la dinamica di ciò che è accaduto.
Gli investigatori seguono quella sottile linea rossa come se fosse un filo.
Nel corridoio iniziano a comparire le prime impronte di scarpe, che hanno una misura compatibile con un numero 41-42. Alcune risultano nitide, altre sono soltanto accennate. È un dato che nessuno può ancora valutare fino in fondo, ma che verrà annotato con estrema attenzione, ogni impronta racconta un peso, una direzione, una successione temporale, e così, la scena del crimine, lentamente, comincia a trasformarsi in una sequenza di movimenti.
Eppure, manca ancora la parte più terribile.
Per raggiungerla occorre continuare a seguire il sangue.
Il corridoio sembra restringersi ad ogni passo, non è una sensazione prodotta dalle dimensioni dell'appartamento, ma dalla quantità di informazioni che iniziano ad accumularsi sul pavimento. La sottile striscia di sangue osservata nello studio si allarga improvvisamente, quasi a indicare che in quel punto qualcosa abbia modificato la propria direzione oppure il proprio peso. Più avanti ricompare, prosegue ancora per alcuni metri e termina sotto una porta chiusa. Contemporaneamente, dalla cucina parte un'altra traccia ematica, molto più ampia, più marcata, quasi una pennellata lasciata da un corpo trascinato o da un oggetto completamente impregnato di sangue. Anche questa conduce verso lo stesso ambiente. Due percorsi differenti, un'unica destinazione.
È uno di quei particolari che, durante un sopralluogo, costringono immediatamente gli investigatori a rallentare. Le scene del crimine non si osservano mai correndo. Ogni passo rischia di cancellare una prova, ogni movimento può modificare un equilibrio rimasto immobile per giorni, e per questo motivo il primo sopralluogo è, prima ancora che un'attività investigativa, un esercizio di disciplina. Occorre resistere alla tentazione di arrivare subito alle vittime, perché prima bisogna ascoltare la scena.
La cucina conserva ancora l'apparenza di una normalità interrotta.
La tavola è apparecchiata per due persone e i piatti sono ancora al loro posto. Uno, però, è capovolto. Sulla tovaglia compare un'impronta insanguinata perfettamente riconoscibile, non appartiene né ad una mano né al segno lasciato da un indumento. È il profilo della lama di un coltello. Una lama seghettata, appoggiata sul tavolo quando era ancora sporca di sangue. Quel gesto racconta molto più dell'arma stessa, significa che, almeno per un momento, l'assassino si è fermato, ha deposto il coltello, ha interrotto la propria azione, ha respirato dentro quella casa nella quale tre persone erano ormai morte o stavano morendo. Non è il comportamento di chi pensa soltanto alla fuga, ma è il comportamento di qualcuno che rimane sulla scena e continua ad interagire con essa.
Sul pavimento ci sono una pantofola da donna, due pettini, una borsa dell'acqua calda. Oggetti privi di qualsiasi valore economico, eppure straordinariamente importanti. Il crimine violento modifica la disposizione delle persone molto più di quella degli oggetti. Quando un ambiente domestico conserva gran parte del proprio ordine significa che il movente difficilmente coincide con la ricerca di denaro o di beni. Nessuno ha rovistato nei mobili, nessuno ha svuotato i cassetti, è evidente che l'attenzione dell'aggressore era rivolta esclusivamente alle persone.
Ancora una volta il sangue indica la strada.
Dietro una sedia, nell'antibagno, vengono rinvenuti due guanti di gomma, rigirati su sé stessi. È un particolare apparentemente insignificante, in realtà rappresenta uno dei primi indizi comportamentali lasciati dall'autore. I guanti non servono ad uccidere, ma servono a non lasciare tracce perché chi li indossa pensa già alle conseguenze della propria presenza. Esiste, quindi, una componente di controllo che accompagna l'intera aggressione. Non si tratta di una violenza completamente impulsiva, tutt’altro, accanto alla rabbia sopravvive una lucidità che continua a prendere decisioni.
Quando la porta del bagno viene aperta, il sopralluogo cambia definitivamente natura.
Gemma Cenname è riversa sul pavimento, prona, ancora vestita con gli abiti da casa. Il corpo si trova in avanzato stato di decomposizione. Al polso porta un orologio fermo alle 19:55 del primo novembre e sotto di lei, quasi completamente nascosto, giace Domenico Santangelo. Le due vittime sono sovrapposte, e tra i corpi e il pavimento è stato sistemato un plaid completamente intriso di sangue. Nella vasca da bagno c'è acqua stagnante perché lo scarico è ostruito dagli effetti della decomposizione. Poco più tardi gli investigatori scopriranno che, sul fondo, si trovano i resti del piccolo Yorkshire appartenente alla famiglia. Anche Dick, il loro cane è stato ucciso.
La disposizione dei cadaveri colpisce immediatamente chiunque abbia esperienza investigativa.
I corpi non si trovano nel punto in cui verosimilmente sono stati aggrediti, ma sono stati trasportati.
C’è una differenza enorme.
Una scena primaria coincide con il luogo dell'omicidio. Una scena secondaria identifica, invece, il luogo nel quale il corpo viene successivamente collocato. In via Caravaggio le due dimensioni sembrano convivere all'interno dello stesso appartamento. L'assassino colpisce in ambienti differenti, poi trascina almeno due vittime fino al bagno. Perché? La domanda accompagnerà l'intera indagine.
L'occultamento parziale dei cadaveri costituisce uno degli aspetti più delicati dell'intera vicenda. Chi uccide e fugge tende ad allontanarsi nel minor tempo possibile. Chi, invece, rimane per trascinare i corpi, sovrapporli, coprirli, modificare la scena, entra in una fase completamente diversa dell'azione criminosa. La violenza si è già consumata. Inizia un'altra attività, apparentemente più razionale, ed è il momento nel quale l'autore prova a riprendere il controllo di ciò che, pochi minuti prima, gli era probabilmente sfuggito.
Esiste poi un dettaglio che attira particolare attenzione.
L'acqua lasciata nella vasca.
Ad una prima osservazione potrebbe sembrare un particolare casuale, ma in realtà l'acqua rallenta alcuni fenomeni, ne accelera altri, modifica l'ambiente nel quale avanza la decomposizione. Stabilire se quella scelta fosse realmente finalizzata ad alterare la scena oppure rappresentasse semplicemente il residuo di un'azione precedente è uno dei quesiti rimasti aperti. Alcune azioni nascono dal caso, altre da un ragionamento incompleto e attribuire intenzioni senza prove significa costruire interpretazioni e non ricostruzioni.
Mentre gli uomini della Squadra Mobile continuano il sopralluogo, rimane ancora una stanza da ispezionare.
È la camera matrimoniale.
Ed è proprio lì che l'indagine incontra la terza vittima.
La porta della camera matrimoniale si apre lentamente. Anche qui il sangue è arrivato prima degli investigatori. Una larga pozza occupa parte del pavimento, nascosta soltanto in parte da una vestaglia appoggiata sopra quasi con distrazione. Non è un tentativo di occultamento. Piuttosto sembra il gesto istintivo di chi, terminata l'aggressione, prova a sottrarre ai propri occhi ciò che ha appena provocato. Dentro quella macchia ematica compare un'altra impronta di scarpa, ancora una volta compatibile con un numero quarantuno-quarantadue. Poco distante due orologi risultano entrambi fermi, uno sulle 1:45 del 2 novembre, l'altro poco dopo le cinque. In un appartamento nel quale il tempo sembra essersi spezzato, anche gli orologi finiscono per diventare reperti. Non indicano soltanto un'ora, ma indicano un'interruzione, la fine di tre vite.
Sul letto matrimoniale giace Angela Santangelo.
Ha ventiquattro anni. È completamente avvolta in lenzuola e coperte, come se qualcuno avesse voluto nasconderla, oppure proteggerla da uno sguardo che lui stesso non era più disposto a sostenere. È una scena che colpisce profondamente. Le altre vittime vengono trascinate e sovrapposte nel bagno. Angela, invece, viene ricomposta. La differenza non può essere ignorata.
L'esame autoptico aggiungerà un elemento destinato a pesare enormemente nella lettura criminologica dell'intero caso. La giovane presenta ferite inferte quando la morte era già sopraggiunta. Quelle coltellate non servono ad uccidere ma ad infierire, e arrivano dopo la morte, quando il cuore ha già smesso di battere e la violenza continua.
Ogni scena del crimine contiene un linguaggio.
Esiste il linguaggio delle tracce, quello delle impronte, quello delle lesioni. Poi esiste il linguaggio del comportamento. Nel caso di Angela questi due livelli sembrano incrociarsi e a tratti sovrapporsi. L'accanimento post mortem non costituisce semplicemente un eccesso di violenza, ma pare essere la prosecuzione di un conflitto personale. Il corpo perde la propria funzione biologica e diventa il luogo in cui viene depositata la rabbia che precede il delitto. Questo è il motivo per cui, l'overkilling viene frequentemente associato ai delitti relazionali e a quelle aggressioni nelle quali autore e vittima condividono una storia precedente fatta di delusioni, di rancori, di dipendenze affettive oppure desideri non corrisposti.
Naturalmente ogni generalizzazione sarebbe impropria. Ogni caso conserva la propria unicità. Tuttavia, quando una sola vittima riceve un trattamento completamente diverso dalle altre, l'investigatore può chiedersi quale relazione esistesse tra quella persona e l'autore.
Angela, nei giorni precedenti alla morte, aveva confidato ad alcune persone un'inquietudine che poi ha assunto un significato inquietante. Parlava di un uomo che la spaventava, e accennava a una situazione dalla quale sembrava non riuscire a liberarsi. Frasi rimaste senza conseguenze nell'immediato, come accade molto spesso quando il pericolo viene raccontato soltanto attraverso allusioni e timori senza alcun riferimento chiaro ed esplicito a qualcuno in particolare. Dopo la strage quelle parole vengono rilette con occhi completamente diversi.
Le indagini
L'indagine inizia allora ad allargarsi.
Gli investigatori ricostruiscono le ultime giornate della famiglia, ascoltano amici, colleghi, vicini di casa, parenti. Ogni telefonata, ogni appuntamento, ogni spostamento diventa improvvisamente importante e così si ricompongono gli orari, si confrontano le versioni, e si cercano contraddizioni. È un lavoro lento, e nel 1975 l'investigazione non dispone delle banche dati digitali, delle celle telefoniche, della geolocalizzazione di tutti quegli strumenti che oggi posso permettere precise ricostruzioni, piuttosto, nel 1974, queste ultime passano ancora attraverso la memoria delle persone. E la memoria, per sua natura, è fragile. Si altera, e spesso dimentica, aggiunge e/o cancella.
Tra le figure che attirano l'attenzione compare il dottor Giuseppe De Laurentiis.
Medico, collega di Angela presso l'INAM, abitava non lontano da via Caravaggio. Alcuni testimoni riferiscono di un rapporto che andava oltre la semplice conoscenza professionale, infatti emergono racconti e indiscrezioni, tensioni, ma nulla che, preso singolarmente, consenta di formulare un'accusa. L'indagine, però, non valuta mai gli elementi isolatamente. Cerca convergenze.
Le convergenze iniziano ad accumularsi.
De Laurentiis fuma sigarette Gitanes senza filtro, lo stesso tipo rinvenuto nell'appartamento. Calza scarpe compatibili con le impronte repertate e presenta alcuni graffi che tenta di spiegare come conseguenza di una caduta. Possiede conoscenze anatomiche che potrebbero spiegare la precisione di alcune lesioni osservate sui corpi. Ancora una volta, nessuno di questi elementi dimostra una responsabilità, ma tutti insieme, tuttavia, costruiscono un'ipotesi investigativa che appare meritevole di approfondimento.
L'investigatore formula ipotesi. il processo pretende prove, e confondere questi due momenti significa compromettere entrambi.
Molti grandi errori giudiziari sono nati proprio quando un'ipotesi particolarmente convincente ha iniziato ad essere trattata come una verità acquisita. La forza di un'indagine, invece, consiste nella capacità di mettere continuamente in discussione le proprie convinzioni, in cui ogni elemento deve poter essere confermato oppure smentito. Ogni sospetto deve sopportare il peso della verifica.
Parallelamente emerge anche un altro nome.
Annunziato Turro.
La sua figura attraversa la vicenda in modo discontinuo, quasi marginale, salvo poi riaffiorare ogni volta che gli investigatori tentano di comprendere le relazioni costruite da Angela negli ultimi mesi della propria vita. Alcune dichiarazioni sembrano indicare un clima di tensione precedente al delitto. Altre aprono scenari completamente differenti. È uno di quei momenti nei quali un'indagine rischia di disperdersi. Le piste aumentano, ma non tutte conducono nella stessa direzione.
La scena del crimine appare straordinariamente ricca di informazioni.
L'indagine, invece, procede tra intuizioni corrette, verifiche incomplete e ipotesi che finiscono inevitabilmente per intrecciarsi tra loro.
È il destino di molti grandi casi giudiziari.
Non manca la prova, manca piuttosto, la capacità di collocare ogni prova nel punto esatto della storia.
Ogni grande indagine possiede un momento nel quale la cronaca lascia il posto al processo. È un passaggio inevitabile, le tracce raccolte durante il sopralluogo devono trasformarsi in prove, le intuizioni investigative devono trovare conferma nel contraddittorio, le ipotesi devono sopportare il peso della verifica giudiziaria. È proprio in quel momento che il caso di via Caravaggio inizia a percorrere una strada molto più complessa di quella immaginata nelle prime ore successive al ritrovamento dei corpi.
Le indagini individuano sospetti, seguono relazioni personali, ricostruiscono frequentazioni, confrontano testimonianze che, con il trascorrere del tempo, iniziano inevitabilmente a mostrare contraddizioni. Alcuni elementi sembrano convergere, altri perdono consistenza. Il processo, però, non può fondarsi sulla probabilità, ma chiede qualcosa di diverso, chiede che ogni tassello trovi una collocazione precisa all'interno della ricostruzione dei fatti. Quando questo equilibrio viene meno, anche l'impianto accusatorio più convincente finisce per indebolirsi.
La vicenda giudiziaria della strage di via Caravaggio attraversa assoluzioni, riaperture, nuove valutazioni, fino a diventare essa stessa parte della storia del caso. È forse questo uno degli aspetti meno raccontati e, nello stesso tempo, più importanti. L'opinione pubblica tende a ricordare il delitto, gli studiosi ricordano anche il processo. La verità processuale risponde a regole rigorose, mentre la ricostruzione criminologica continua a interrogare la scena del crimine anche quando il procedimento è terminato.
Per molti anni sembrò che quella casa di via Michelangelo da Caravaggio avesse ormai consegnato tutto ciò che poteva offrire, quindi i reperti furono archiviati, furono conservate le fotografie e le relazioni tecniche furono riposte negli scaffali insieme a migliaia di altri fascicoli.
Il tempo, che normalmente consuma la memoria, sembrava aver consumato anche l'indagine.
Ma accadde l'esatto contrario.
Genetica forense
L'evoluzione della genetica forense riportò quella scena del delitto al centro dell'attenzione investigativa. Reperti raccolti nel 1975, apparentemente incapaci di aggiungere nuove informazioni, tornarono ad essere esaminati con tecnologie che, all'epoca dei fatti, semplicemente non esistevano. Forse questo rappresenta uno degli insegnamenti più importanti della criminalistica contemporanea. La prova non cambia, ma può cambiare la capacità dell'uomo di leggerla.
Quando gli accertamenti biologici individuarono un identico profilo genetico maschile su diversi reperti provenienti dalla scena, il caso assunse nuovamente una prospettiva completamente diversa. Non significava avere finalmente il nome dell'assassino, ma significava, però, dimostrare che quella scena conservava ancora informazioni biologiche utilizzabili dopo quasi quarant'anni. Informazioni rimaste invisibili per decenni non perché assenti, ma perché la scienza non possedeva ancora gli strumenti necessari per rilevarle.
Molto spesso si pensa che la tecnologia produca nuove prove. In realtà produce nuove letture delle prove esistenti. Il sangue repertato nel 1975 era lo stesso analizzato molti anni dopo. Lo erano le fibre, gli indumenti, gli oggetti sequestrati. Era cambiato soltanto il linguaggio attraverso il quale quei reperti potevano finalmente raccontare la propria storia.
Da questo punto di vista, la strage di via Caravaggio costituisce quasi un ponte tra due epoche della criminalistica italiana.
Da una parte troviamo il sopralluogo tradizionale, costruito sull'osservazione diretta, sull'intuito investigativo, sulla fotografia giudiziaria, sulla medicina legale classica, sull'analisi delle tracce ematiche e delle impronte, e dall'altra emerge la moderna genetica forense, capace di restituire voce a reperti rimasti silenziosi per decenni.
Le due dimensioni non si sostituiscono, ma si completano.
Sarebbe inoltre un errore immaginare il DNA come una sorta di verità assoluta. Il profilo genetico identifica una presenza biologica, non racconta automaticamente il comportamento che l'ha prodotta. Tocca ancora all'investigazione stabilire il momento del contatto, la sua origine e il suo significato, e la prova scientifica, per quanto sofisticata, continua ad avere bisogno dell'interpretazione investigativa.
Osservando oggi la planimetria dell'appartamento e le fotografie del sopralluogo, colpisce un particolare che attraversa l'intera vicenda.
L'assassino non ha mai davvero controllato la scena, ma ha cercato di farlo.Ha trascinato i corpi, poi ha coperto Angela, ha poi spento le luci, e tutto è stato fatto utilizzando i guanti.
Forse ha tentato, probabilmente, di limitare le conseguenze della propria permanenza.
Eppure, ogni suo gesto ha prodotto nuove tracce.
Ogni tentativo di cancellare una scena del crimine produce inevitabilmente un'altra scena. Ogni modifica lascia una firma comportamentale. Ogni intervento dell'autore, anche quello apparentemente più razionale, racconta qualcosa della sua personalità.
L'appartamento dei Santangelo non conserva soltanto tre omicidi.Conserva una mente, una mente che alterna lucidità e impulsività, controllo e disorganizzazione, capacità di pianificazione e improvvise perdite di equilibrio. L'autore entra in quella casa conoscendo almeno una delle vittime, si muove con sufficiente sicurezza da attraversarne tutti gli ambienti, rimane per un tempo incompatibile con il semplice bisogno di fuggire, manipola la scena, tenta di governarne gli effetti e, proprio mentre cerca di renderla meno leggibile, finisce per renderla ancora più ricca di informazioni.
È il paradosso della violenza.Più il colpevole tenta di cancellarsi, più lascia dietro di sé parti della propria identità.
A quasi cinquant'anni dai fatti, la strage di via Caravaggio continua ad occupare un posto particolare nella storia della criminologia italiana. Non soltanto per la brutalità del triplice omicidio, né per la complessità dell'indagine, ma perché rappresenta uno di quei casi nei quali la scena del crimine ha dimostrato di possedere una memoria molto più lunga di quella umana.
Le persone dimenticano, i testimoni muoiono e le versioni cambiano.
La scena, invece, continua ad attendere qualcuno capace di leggerla.
Via Caravaggio, non rappresenta soltanto un luogo della cronaca nera italiana, ma un laboratorio permanente nel quale diritto, medicina legale, criminalistica e criminologia continuano ancora oggi a dialogare. La casa è rimasta silenziosa per giorni prima che qualcuno decidesse di aprire quella finestra. Da quel momento, però, non ha più smesso di parlare. Ha parlato attraverso il sangue, attraverso gli orologi fermi, attraverso le impronte lasciate sul pavimento, attraverso corpi spostati con un'apparente logica che il tempo non è riuscito a cancellare.
Ed è forse proprio questa la forza delle grandi scene del crimine.
Quando sembrano aver raccontato tutto, conservano ancora la parte più difficile da comprendere. Non quella che riguarda le vittime, ma quella appartiene ormai alla storia. Conservano, piuttosto, il ritratto invisibile dell'autore, Un ritratto che nessuna fotografia ha mai fissato, ma che continua ad affiorare ogni volta che qualcuno torna ad osservare quella casa con gli occhi dell'investigatore.
Ne bis in idem
La vicenda giudiziaria della strage di via Caravaggio sembrava avere trovato un responsabile quando le indagini portarono all'arresto di Domenico Zarrelli, nipote di Gemma De Rosa. Quel procedimento si concluse inizialmente con una condanna, destinata però a essere completamente ribaltata nei successivi gradi di giudizio. L'assoluzione definitiva, pronunciata con formula piena, restituì a Zarrelli la libertà e aprì la strada al riconoscimento di un risarcimento per l'ingiusta detenzione subita. Sul piano processuale, almeno apparentemente, la vicenda poteva dirsi conclusa.
Il tempo, tuttavia, ha continuato a lavorare su quella scena del crimine. L'evoluzione delle tecniche di analisi genetica ha consentito di individuare tracce biologiche che, negli anni Settanta, erano rimaste invisibili agli strumenti investigativi disponibili. Proprio quei nuovi elementi hanno riacceso l'interesse della procura, alimentando il tentativo di riaprire un'indagine che sembrava ormai appartenere soltanto alla memoria giudiziaria.
È in questo momento che il diritto incontra uno dei suoi principi più solidi. La ricerca della verità materiale, pur sostenuta da strumenti scientifici sempre più sofisticati, si arresta davanti a una garanzia che tutela ogni individuo dall'essere processato più volte per il medesimo fatto.
Il principio del ne bis in idem, espressione latina che significa "non due volte sulla stessa questione", impedisce infatti che una persona definitivamente assolta o definitivamente condannata possa essere nuovamente sottoposta a un procedimento penale per il medesimo fatto storico. L'istituto trova fondamento nell'articolo 649 del codice di procedura penale e rappresenta una delle principali garanzie dello Stato di diritto. Alla sua base vi è l'esigenza di assicurare stabilità alle decisioni irrevocabili, evitando che il cittadino rimanga esposto, senza limiti di tempo, al rischio di una continua riapertura del processo.
La tutela non riguarda soltanto l'imputato. Riguarda la certezza del diritto. Una sentenza definitiva segna il punto oltre il quale il potere punitivo dello Stato non può più spingersi, anche quando la scienza rende disponibili strumenti investigativi capaci di offrire una ricostruzione dei fatti più completa di quella possibile al tempo del giudizio.
La strage di via Caravaggio rappresenta, sotto questo profilo, uno dei casi nei quali la distanza tra verità processuale e verità storica appare con maggiore evidenza. Da una parte rimane la possibilità che nuove analisi restituiscano elementi di straordinario interesse, dall'altra permane il limite invalicabile imposto dal ne bis in idem, che impedisce di sottoporre nuovamente a giudizio chi sia già stato definitivamente assolto per quel medesimo fatto.
È il punto nel quale la giustizia accetta consapevolmente la possibilità di non raggiungere una verità assoluta. Non per rinunciare alla ricerca della realtà, ma perché la tutela dei diritti fondamentali richiede che anche il potere dello Stato conosca un confine. Via Caravaggio continua così a interrogare investigatori e giuristi.
La scena del crimine può ancora raccontare qualcosa. Il processo, invece, ha già pronunciato la sua ultima parola.
BIBLIOGRAFIA
Gulotta, G. (2008). Compendio di psicologia giuridico-forense, criminale e investigativa. Giuffrè.
Innocenti, M. (2013). Genetica forense. Piccin.
Fonti giornalistiche e documentali sul caso
Giuseppe Crimaldi. (28 agosto 2014). Strage di via Caravaggio, rilevato dopo 40 anni il Dna del principale indiziato già assolto. La Stampa.


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