Milena Quaglini: La vedova nera di Pavia
- SORRENTINO dr.ssa Antonella

- 24 feb
- Tempo di lettura: 20 min
Psicologia applicata al diritto penale
Autore: SORRENTINO dr.ssa Antonella
ISSN: 2785-0692

Sommario:
Introduzione;
Il contesto biografico di Milena Quaglini;
Gli omicidi e le indagini;
Le origini del male;
Conclusioni;
Bibliografia
Introduzione
Nella storia della criminalità, la figura della donna protagonista di azioni delittuose oltre a suscitare attenzione e turbamento, ha generato una profonda frattura rispetto gli stereotipi culturali che l’hanno tradizionalmente confinata al mero ruolo materno e di custode della casa.
La letteratura dimostra come, sin da epoche remote, l’arma preferita fosse il veleno, e pare che le donne si dedicassero con cura alla scelta di quello più adatto, evidenziando una attitudine ad agire in maniera piùnascosta e sottile rispetto alla violenza fisica diretta.Il mancato contatto con la vittima, crea una sorta di distacco emotivo dall’atto di uccidere, pertanto la morte sopraggiunge, in maniera apparentemente autonoma.
Tutto ciò, ovviamente, non inficia minimamente la crudeltà dell’azione, qualunque sia il modus operandi.
Un esempio femminile di violenza e brutalità è rappresentato dalla contessa ungherese Erzsébet Báthory, che nel XVII secolo sacrificò più di seicento ragazze per usare il loro sangue come elisir di eterna giovinezza. Ritenuta un emblema di brutalità, è stata definita da fonti autorevoli come capace di compiere atti cruenti e atroci, talvolta più spietati di quelli maschili, sfidando quindi la consueta percezione della donna “come priva di violenza estrema”.
Le statistiche mostrano che la criminalità femminile è inferiore a quella maschile in maniera significativa, infatti, in determinati contesti geografici e culturali,risulta da sei a otto volte più bassa. Si è cercato di fornire spiegazioni relative alla significativa minore incidenza attraverso diverse ipotesi interpretative, senza però arrivare a un modello unico e universalmente accettato e senza che si arrivasse a tesi completamente esaustive.
Tra le spiegazioni più diffuse, si sostiene che le donne siano coinvolte nel crimine in modo marginale e spesso in ruoli poco visibili, assumendo funzioni di complice, ma anche di istigatrice o sostenitrice di azioni delittuose che, nella maggioranza dei casi, sono perpetrate da uomini.
La difficoltà ad accettare culturalmente e socialmente che possa assumere ruoli devianti, ponendosi come autrice diretta di condotte criminali, trova le proprie radici simboliche nel ruolo materno tradizionalmente attribuitole. Appare infatti una contraddizione in termini conciliare la capacità della donna di generare la vita e di sacrificare parte di sé nel processo della maternità, con l’idea che possa macchiarsi di crimini violenti.
Riferimenti scientificidanno evidenza di come la criminalità femminile si manifesti prevalentemente nella forma organizzata, ed i moventi appaiono per lo più di natura economica, anche se non mancano motivazioni legate alla vendetta, al divertimento o, più raramente, al piacere sessuale. In generale, gli studi segnalano che le donne difficilmente ricorrono a pratiche di over Killing, come mutilazioni, violenze sessuali o sevizie sui cadaveri, anche se negli ultimi decenni si registra una crescente adozione di modalità tipiche della criminalità maschile. Tale tendenza viene interpretata come il riflesso dei cambiamenti sociali che hanno ridefinito il ruolo femminile, contribuendo a un progressivo avvicinamento dei comportamenti criminali tra i due generi.
Un caso emblematico di donne che uccidono è quello di Milena Quaglini, macchiatasi dell’omicidio di tre uomini: il datore di lavoro che pretendeva prestazioni sessuali e due partner che la sottoponevano a violenze e umiliazioni.
Il contesto biografico di Milena Quaglini
Milena Quaglini, nata nel 1957 a Mezzanino, un piccolo centro in provincia di Pavia, definita dalla stampa e dall’opinione pubblica la “vedova nera” o “angelo sterminatore” è tra le figurapiù controverse della cronaca nera italiana. La sua vicenda biografica e criminale è caratterizzata da una sequenza di esperienze traumatiche che, progressivamente, l’hanno condotta a compiere tre omicidi, collegati a uomini violenti dai quali aveva subito soprusi e abusi.
Anche la sua infanzia è segnata da abusi e violenze. Il padre alcolista,persona molto aggressiva, era solito maltrattare la moglie e le due figlie creando un clima di paura e sottomissione che ha influenzatoin Milena il modo di rapportarsi, in età adulta, alle relazioni affettive e familiari.
Nel corso della sua vita quindi, è stata vittima di innumerevoli episodi di violenza. Nel 1995, subì un tentativo di violenza sessuale da parte di Giusto Dalla Pozza, un anziano presso il quale lavorava come domestica. Terrorizzata lo colpi con una lampadaferendolo a morte. Inizialmente, l’episodio fu archiviato come incidente, e solo in seguito confessò assumendosi la responsabilità dell’omicidio.
Tre anni più tardi, nel 1998, dopo un violento litigio con il marito Mario Fogli, Milena, in quel momento ubriaca, lo strangolò con una corda di tapparella. Ed infine, nel 1999, uccise Angelo Porrello, un uomo che l’aveva aggredita sessualmente, somministrandogli un mix letale di sonniferi e facendolo annegare nella vasca da bagno.
Le motivazioni psicologiche sembrano trovare ragione in una combinazione di fattori che vanno dai traumi infantili mai elaborati, alle esperienze da adulta di ripetuti abusisia fisici che psicologici. Una perizia psichiatrica stabilì che, al momento degli omicidi, Milena fosse affetta da vizio parziale di mente, condizione aggravata dall’abuso cronico di alcol e antidepressivi. Quadro che comprometteva ed influenzava significativamente le sue scelte e i suoi comportamenti criminali.
Dalla vicenda emerge che i traumi irrisolti e le violenze subite possono generare, in circostanze limite, condotte criminali estreme. Il caso di Milena Quaglini solleva interrogativi di rilievo sul piano giuridico e sociale, in particolare riguardo al rapporto tra giustizia e responsabilità individuale, e sottolinea quanto sia importante ricevere a seguito di violenze e abusi un adeguato sostegno psicologico, affinché non si arrivi a sviluppare condotte e reazioni di risposta distruttive e irreversibili.
All’epoca dei fatti, Milena era una donna di quarant’anni, casalinga, madre di tre figli, la cui vita si svolgeva tra ristrettezze economiche, un matrimonio infelice segnato dall’indifferenza del coniuge, problemi di alcolismo e la frustrazione di passioni mai coltivate. Alle spalle aveva un lavoro abbandonato e un’infanzia priva di serenità, segnata da continue privazioni. La sua esistenza era stata caratterizzata dalla sopportazione silenziosa, dal sacrificio del proprio orgoglio e da un progressivo annullamento della propria identità.
Gli omicidi e le indagini
Il 25 ottobre 1995 Milena Quaglini, compì il suo primo omicidio. Tale crimine, che assumeva al tempo stesso il significato di ribellione e di frattura definitiva da una condizione di passività ormai insostenibile, rappresentò il momento in cui cessò di essere soltanto vittima e si trasformò, almeno simbolicamente, in carnefice. A partire da quell’istante, non vi sarebbe stato più spazio per il silenzio e per la sopportazione muta. Tuttavia, a tale dimensione di riscatto si accompagnava inevitabilmente un fardello psicologico di enorme portata: il senso di colpa per aver commesso un delitto esploso in modo improvviso e incontrollabile.
In quei frangenti si fa strada la convinzione che non vi sia alcuna via di fuga possibile, che cancellare le tracce sia impensabile e che l’unica scelta praticabile consista nel consegnarsi alle autorità, quasi come forma di collaborazione, con la speranza che quest’ultima possa produrre attenuanti in sede processuale. Tuttavia però, la spinta alla confessione non è guidata dalla sola ricerca di un beneficio legale, ma nasce dalla consapevolezza che non ci si riconosce come veri criminali, ma si attribuisce la motivazione del proprio gesto a una provocazione prolungata e insopportabile che ha scalfito gradualmente ogni residua capacità di resistenza.
La vicenda di Milena testimonia con chiarezza tale dinamica interiore, poiché dalle sue dichiarazioni trapela il dolore di chi ha convissuto con un passato familiare segnato dalla violenza e si è trovata costantemente a rivivere quelle ferite ogni volta che una nuova aggressione fisica le veniva inflitta. La sua quotidianità era attraversata da una tolleranza forzata, da un’attesa fatta di silenziosa sopportazione, che finiva per accumulare tensioni destinate a esplodere quando un ulteriore episodio di umiliazione superava il limite dell’accettabile. In quei momenti la reazione assumeva i tratti di una forza incontrollabile, vissuta come estranea e difficilmente dominabile, una sorta di energia che annullava la possibilità di misurare la propria condotta e che impediva la piena consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Solo in seguito, recuperata la lucidità, rimaneva l’angoscia della perdita: la consapevolezza di aver sacrificato la propria vita, di aver compromesso irrimediabilmente il rapporto con i figli, di aver perso la casa, la stabilità e la fiducia di chi la conosceva, fino a sprofondare in un vuoto totale e incolmabile.
Il primo delitto, avvenne ad Este, in provincia di Padova, nella serata del 25 ottobre 1995, intorno alle 18:30. Un’ambulanza fu inviata in via Schiavino 8, dove i soccorritori si trovarono di fronte a una scena impressionante: già nell’ingresso dell’abitazione erano ben visibili numerose tracce ematiche, mentre dalla camera da letto proveniva una luce fioca che illuminava debolmente l’ambiente. Sul pavimento, immerso in una pozza di sangue e ormai privo di conoscenza giaceva Giusto Dalla Pozza.
Allertati immediatamente, i carabinieri descrissero l’appartamento come estremamente disordinato e in pessime condizioni igieniche, e ne disposero il sequestro. Ogni dettaglio venne analizzato con scrupolo: la disposizione dei mobili, la distribuzione degli schizzi di sangue, la distanza degli stessi dagli stipiti delle porte. La scena risultava compatibile con una colluttazione di particolare violenza. La porta a vetri infranta faceva supporre che la vittima avesse cercato disperatamente di rialzarsi nel tentativo di chiedere aiuto, senza riuscirci, mentre le tracce di sangue rinvenute su una mensola lasciavano immaginare un ultimo tentativo di sorreggersi prima di crollare definitivamente al suolo. Nonostante l’intervento medico, dieci giorni più tardi Dalla Pozza morì in ospedale a causa delle lesioni riportate.
A dare l’allarme fu Milena Quaglini, che si presentava in veste di collaboratrice domestica della vittima e dichiarò di averlo rinvenuto in quello stato, segnalando inoltre la presenza di una chiave inglese su un tavolo, che avrebbe potuto costituire l’arma del delitto. La sua versione, tuttavia, apparve fin dall’inizio contraddittoria, poiché non risultò avesse contattato direttamente le forze dell’ordine, come sosteneva, ma esclusivamente il personale sanitario; inoltre diversi testimoni collocarono la donna nell’abitazione sia il giorno dell’aggressione sia quello precedente.
Il referto medico-legale, pur rilevando lesioni che avrebbero potuto essere compatibili anche con una caduta accidentale, non fu in grado di chiarire in maniera definitiva la dinamica dei fatti, lasciando numerosi dubbi irrisolti. L’indagine, in assenza di prove conclusive, fu inizialmente archiviata come morte accidentale, ma soltanto cinque anni più tardi sarebbero emersi elementi capaci di gettare nuova luce sulla vicenda e di modificarne radicalmente l’interpretazione
Il 2 agosto 1998, poco prima delle ore sedici, una telefonata giunta alla centrale dei carabinieri di Stradella annunciò con tono disperato la confessione di una donna che dichiarava di aver ucciso il proprio marito. I militari allertati, che giunsero presso l’appartamento in cui si era consumato il delitto, si trovarono di fronte il corpo di Mario Fogli avvolto in sacchi di plastica e collocato dietro un tappeto sistemato sul balcone, quasi a voler ricreare una macabra camera mortuaria. Dalle prime osservazioni sulla vittima si evinse una vistosa ecchimosi attorno al collo e, durante l’ispezione nell’appartamento furono ritrovati frammenti di corda di tapparella intrisi di sangue, evidenziando con molta probabilità, che fossero stati utilizzati per immobilizzare il corpo. In camera da letto accanto al comodino, furono trovate a terra una scatola di legno e una lampada, oggetti che secondo gli inquirenti, erano stati impiegati durante l’aggressione.
La ricostruzione dei fatti fece ipotizzare la dinamica dell’omicidio, che Milena Quaglini stessa ammise di aver compiuto con una modalità riconducibile alla tecnica dell’incaprettamento. La donna aveva utilizzato la cinghia di una tapparella per creare un nodo scorsoio, facendola passare dietro la schiena e serrandola fino a bloccare le caviglie. Successivamente, dopo aver causato la morte del marito, il cadavere venne avvolto nei sacchi e trascinato sul balcone, dove fu ricoperto con un tappeto al fine di nasconderlo alla vista. Colpisce la freddezza con cui la donna trascorse le ore successive: quella mattina aveva trascorso del tempo con le figlie come se nulla fosse accaduto e soltanto nel pomeriggio decise di contattare i carabinieri per costituirsi. Al momento dell’arrivo degli investigatori, la trovarono ancora con il telefono in mano, mentre sul balcone giaceva il corpo nascosto del marito. L’autorità giudiziaria fu immediatamente informata e iniziarono i rilievi tecnici di rito.
In criminologia, il cadavere è una fonte primaria di informazioni, poiché attraverso l’analisi delle lesioni, del numero e della localizzazione dei colpi ricevuti, è possibile distinguere se ci si trovi di fronte a un atto pianificato o piuttosto a un gesto dettato dall’impeto della rabbia. In particolare, l’accanimento sul volto o sul corpo di una vittima è spesso interpretato come un indizio di una relazione intima e conflittuale tra autore e vittima. Non di rado, inoltre, chi compie il delitto, sopraffatto in seguito dal rimorso, tenta di occultare il cadavere, incapace di sostenerne la visione. In questa logica si inserisce anche il comportamento di Milena, che spiegò di aver coperto il corpo per evitare che le figlie si trovassero di fronte a una scena insostenibile.
L’autopsia, condotta dal professor Giovanni Pierucci dell’Università di Pavia, prese in esame tre ipotesi relative alle cause del decesso: il trauma cranico, l’asfissia o l’arresto cardiaco dovuto a shock. Il corpo riportava effettivamente lesioni al capo, provocate dai colpi inferti con la lampada e con la scatola di legno, ma tali ferite non furono ritenute sufficienti a determinare la morte. A risultare decisivo fu invece il solco profondo impresso sul collo dalla cinghia, che aveva provocato asfissia, con un particolare significativo che destò inquietudine: la pressione appariva molto più marcata sul lato destro, segno di un’azione esercitata con decisione. Tali modalità furono confermate anche dalla ricostruzione nella quale si evidenzio’ il modo in cui la donna avesse serrato la corda con forza, piegando il corpo della vittima per intensificare la pressione.
Sul luogo del delitto gli inquirenti raccolsero numerosi elementi utili: tra questi, la stessa cinghia di tapparella con segni evidenti di taglio, forse effettuati in un momento di esitazione nel tentativo di sciogliere il nodo; una camicia da notte insanguinata e lacerata; un cofanetto di legno di colore scuro; diversi frammenti di corda, due dei quali annodati e uno macchiato di sangue. Tutti i reperti furono utili per delineare la dinamica dell’accaduto e a dimostrare la conflittualità e la tensione presenti nel contesto domestico.
Dopo l’omicidio del marito, nella mente di Milena Quaglini avvenne una trasformazione profonda e rivelatrice. La paura e il terrore che avevano caratterizzato la sua esistenza sembravano dissolti, lasciando spazio a una ridefinizione del proprio ruolo: non più vittima inerme, ma soggetto che attribuiva alla persona uccisa la piena responsabilità di quanto accaduto. Nella sua prospettiva, Fogli non rappresentava soltanto il carnefice domestico, ma l’uomo che meritava una punizione, se non la morte, almeno una lezione esemplare. In tale processo di giustificazione si delineava la metamorfosi di una donna comune in una sorta di giustiziere, convinta di avere acquisito la legittimità a infliggere la pena, quasi attribuendosi un potere che eccedeva quello della giustizia ordinaria.
Il 6 agosto 1998, a Broni, in un clima di assoluto silenzio e di riservatezza ed alla presenza di pochi parenti si celebrarono i funerali di Mario Fogli.
Nel frattempo, la famiglia di Milena si oppose alla possibilità che scontasse la misura degli arresti domiciliari presso di loro, pertanto venne accolta in una struttura specializzata della Fondazione Maugeri, dove fu indirizzata ad intraprendere un percorso di disintossicazione dall’abuso di alcol.
Già dai primi colloqui, i medici che la presero in carico individuarono quanto la rabbia fosse un tratto persistente, tratto che anche a distanza di oltre un anno dall’omicidio, non si attenuava e che anzi sembrava costituire un elemento insito nella sua personalità. Non manifestava alcun pentimento o senso di colpa; al contrario, le sue affermazioni apparivano come frasi di circostanza, prive di reale convinzione interiore. In realtà, Milena continuava a percepire sè stessa come una donna che aveva agito solo per difendersi piuttosto che come una rea in attesa di giudizio.
L’assenza di un contesto familiare disposto ad accoglierla una volta terminata la terapia, rese la sua permanenza in clinica problematica e accrebbe il suo senso di frustrazione rendendola sempre più irascibile nei confronti sia degli altri pazienti sia del personale sanitario.
In questa fase conobbe un uomo che le offrì ospitalità, che proseguì con una convivenza instabile e ambigua. Tale relazione rifletteva per l’ennesima volta una condizione già vissuta; il rapporto con gli uomini si configurava per Milena come attrazione irresistibile e condanna al tempo stesso, fonte di affetto ma anche di sofferenza, da cui non riusciva a liberarsi. A sua volta, il fascino complesso e distruttivo che esercitava sugli altri rendeva loro dipendenti e sottomessi alla sua influenza. In quella convivenza si verificarono nuovi episodi di violenza, tra questi, ancora una volta, un tentativo di aggressione sessuale che la stessa Milena riferì essere avvenuto da ubriachi.
Nonostante gli arresti domiciliari, fu sorpresa due volte fuori dall’abitazione, circostanza che ne determinò il ritorno in carcere.
Proprio in quel periodo la donna descrisse di aver percepito, per la prima volta dopo anni, una sensazione inedita: quella di essere finalmente padrona della propria vita. L’omicidio di Fogli aveva rappresentato, ai suoi occhi, l’atto attraverso il quale si era emancipata dalla condizione di vittima per assumere un ruolo attivo, di dominio e di controllo sul proprio destino. Quella percezione di potere si rivelò talmente imponente da non esaurirsi in un unico episodio, generando invece il bisogno di reiterare l’esperienza estrema dell’omicidio.
Fu in tale contesto che maturò l’idea di commettere il terzo delitto. A Bascapè, piccolo comune della provincia di Pavia, il 24 ottobre 1999, infatti, era stato rinvenuto il corpo di Angelo Porrello, occultato nella concimaia del proprio giardino. L’uomo, scomparso per venti giorni, fu trovato completamente nudo, rannicchiato in posizione fetale e in avanzato stato di decomposizione, condizione che rese impossibile il rilevamento delle impronte digitali.
Porrello era da poco uscito di prigione, dopo aver scontato una pena di sei anni per violenza sessuale sulle figlie minori. Tale elemento complicò inizialmente l’indagine, poiché molte persone potevano nutrire motivi di risentimento o desiderio di vendetta nei suoi confronti: le stesse figlie, i loro compagni, l’ex moglie. I vicini riferirono tuttavia di una donna che frequentava abitualmente l’uomo e la cui automobile, una Fiat Regata bianca, risultava improvvisamente scomparsa. Quel veicolo venne successivamente individuato e posto sotto sequestro: alla guida si trovava Milena Quaglini, già sottoposta agli arresti domiciliari e in attesa di giudizio per l’omicidio del marito.
Le indagini portarono alla luce ulteriori elementi decisivi. Dal carcere, Milena aveva scritto a Porrello due lettere dai toni insolitamente distaccati con cui lo sollecitava a farsi vivo per la restituzione di alcuni effetti personali. Tali lettere apparvero ben presto come un tentativo di depistaggio, volto a confondere gli inquirenti e a fingere che ci fosse un rapporto freddo e formale.
In un primo momento, Milena negò ogni coinvolgimento nella morte dell’uomo, sostenendo di aver risposto a un annuncio pubblicato su una rivista da un cinquantenne divorziato in cerca di compagnia e convivenza. Secondo la sua versione, esisteva un accordo che prevedeva ospitalità in cambio di lavori domestici, e la presenza di alcuni suoi indumenti nell’abitazione di Porrello veniva spiegata come conseguenza dell’attesa di un’autorizzazione ufficiale al trasferimento da parte del magistrato.
Le prove raccolte demolirono progressivamente tale costruzione difensiva. Nel letto dell’uomo furono rinvenuti capelli riconducibili geneticamente a Milena, mentre nel cestino venne trovato un salvaslip con ulteriori tracce biologiche. Inoltre, tra i rifiuti furono recuperate confezioni di sonniferi identici a quelli prescritti alla donna. L’insieme di questi indizi rafforzò la convinzione degli investigatori circa il suo diretto coinvolgimento.
Dopo ore di interrogatorio, Milena cedette alla pressione e, su sollecitazione del proprio legale, confessò. La ricostruzione fornita si rivelò coerente con gli elementi già in possesso degli inquirenti. L’episodio della confessione fu descritto dagli ufficiali come uno dei momenti più inquietanti dell’intera indagine: emerse un’immagine di Milena diversa da quella conosciuta fino a quel momento, quasi una donna sdoppiata, con un volto e un atteggiamento inediti. La sua ammissione di colpevolezza, formulata con parole essenziali e definitive, produsse in chi la ascoltò un’impressione indelebile, segnalando il passaggio da una costruzione difensiva a una piena assunzione di responsabilità, seppure priva di reale contrizione morale.
Le origini del male
Milena in una lunga lettera indirizzata a uno psichiatra del tribunale ripercorse la propria esistenza, restituendo l’immagine di un’infanzia profondamente segnata da un contesto familiare caratterizzato da instabilità e violenza. L’ambiente domestico risultava infatti dominato dalla figura paterna, descritta come autoritaria, incline all’abuso di alcol e costantemente animata da atteggiamenti aggressivi, espressione di una gelosia ossessiva nei confronti della moglie e di un’ostilità ricorrente nei confronti delle figlie. La quotidianità familiare, in questo quadro, assumeva i contorni di una vera e propria prigione, all’interno della quale i momenti di maggiore vulnerabilità corrispondevano agli stati di ebbrezza del padre, che intensificavano ulteriormente la sua brutalità.
Fu soltanto con l’incontro del suo primo compagno che Milena ebbe l’impressione di potersi liberare, almeno in parte, da quella condizione di costrizione e sofferenza. A diciannove anni, dopo aver conseguito il diploma di ragioneria, decise di contrarre matrimonio con un uomo divorziato più grande di quindici anni, scelta che destò scandalo nella famiglia d’origine, poiché fonte di vergogna e disonore. Ma nonostante la mancata approvazione, Milena trascorse con lui un decennio tra Como e Lodi, periodo sereno della vita, durante il quale nacque anche il suo primo figlio, Dario. Tuttavia, quell’equilibrio venne infranto dal decesso del marito, afflitto da una grave forma di diabete, che la lasciò improvvisamente sola e la precipitò in una condizione di profonda depressione. In seguito alla perdita, vendette la casa e l’attività di famiglia, trasferendosi con il figlio nel Pavese, nel tentativo di riorganizzare una quotidianità ormai segnata dalla precarietà.
Nel 1989 incontrò Mario Fogli, con il quale contrasse un secondo matrimonio. Questa nuova unione, tuttavia, mostrò ben presto le sue fragilità, poiché l’uomo rivelò tratti caratteriali dominati da una gelosia morbosa che lo portò a costringere Milena a rinunciare al lavoro, ritenendo che l’impegno professionale di una donna costituisse una fonte inevitabile di infedeltà. Tale imposizione generò una condizione di costante insicurezza economica, accentuata dai frequenti cambi di residenza determinati dai molteplici e instabili impieghi intrapresi da Fogli, il quale, in un decennio trascinò la famiglia in diversi luoghi, passando dal mestiere di meccanico a quello di camionista, da agricoltore a cuoco, fino al commercio, senza mai trovare una stabilità lavorativa concreta.
Dal matrimonio nacquero due figlie, che crebbero in un contesto familiare segnato da conflittualità, violenze e degrado.
La violenza di Fogli si manifestava in particolare nei confronti di Dario, il figlio maggiore di Milena, che veniva sistematicamente umiliato, picchiato e progressivamente isolato dalle sorelle, fino a essere costretto a dormire in un garage. Anche la madre subiva abusi fisici e psicologici, nonostante avesse presentato denuncia per maltrattamenti, atto che non fu sufficiente a interrompere la spirale di soprusi. In un periodo di gravidanza, sopraffatta dalla disperazione, la donna tentò più volte di togliersi la vita, rischiando di compromettere gravemente la salute del nascituro. Riflettendo successivamente su quella fase della propria esistenza, ella maturò la consapevolezza di come, all’interno delle relazioni di coppia, la prosecuzione del legame non sia legata soltanto al sentimento amoroso, ma anche a fattori di natura economica, alla presenza dei figli, alla paura della solitudine, alla fragilità personale e al condizionamento esercitato da una cultura religiosa che esalta il sacrificio e la sopportazione. Tutti questi elementi contribuiscono a mantenere in vita rapporti squilibrati, nei quali si radica una dinamica vittima-carnefice che, in alcuni casi, può assumere connotazioni simili a quelle di relazioni di tipo sadomasochistico.
Il progressivo deterioramento della situazione familiare si rivelò in modo particolarmente drammatico quando un ufficiale giudiziario si presentò presso l’abitazione, rendendo noto che Mario Fogli aveva ormai perso ogni risorsa economica, condizione che non aveva mai condiviso con la moglie. Invece di affrontare i problemi, l’uomo decise di abbandonare la famiglia, lasciando Milena senza alcun sostegno materiale. La donna cercò di sopravvivere svolgendo mansioni umili come portinaia e addetta alle pulizie, ma dopo la morte di Giusto Dalla Pozza, presso il quale prestava servizio come collaboratrice domestica, tornò nuovamente a convivere con il marito, vedendo così riaccendersi le violenze con intensità ancora maggiore.
Schiacciata da una condizione di depressione cronica, Milena sviluppò progressivamente una dipendenza dall’alcol e dagli psicofarmaci, al punto che il consumo di bevande alcoliche divenne indispensabile e sostituì i bisogni primari, rappresentando l’unico mezzo attraverso cui placare i tremori e l’ansia del mattino e trovare un effimero sollievo. Tale necessità di aumentare costantemente le dosi di alcol si scontrava con la reazione violenta del marito, che scoprendo la dipendenza reagiva con ulteriori percosse.
In contesti dominati dalla sopraffazione, la percezione della realtà da parte della vittima subisce un progressivo annullamento: per quanto la donna cerchi di assecondare l’aggressore, ogni gesto risulta inadeguato e diventa motivo di nuove violenze. In queste circostanze, si sviluppa un isolamento crescente, che porta ad allontanarsi anche dalle relazioni di vicinato, per il timore che un semplice scambio di sguardi possa provocare reazioni violente. Le giornate di Milena scorrevano quindi tra faccende domestiche e continue umiliazioni poiché nell’aspetto appariva trascurata, e risultava agli occhi del marito incapace e inadeguata nella gestione della casa.
Tale vissuto, la conduce progressivamente a una frattura interiore, nella quale le fantasie di violenza emergono inizialmente come forma di difesa, fino a trasformarsi col tempo, in gesti concreti, segnando il passaggio quindi dall’elaborazione alla drammatica attuazione dell’azione. Si ha evidenza, dai racconti che Milena fornì agli inquirenti, di come la dinamica dell’omicidio, sia nata in un contesto di esasperazione e violenza quotidiana. Dopo l’ennesimo litigio, mentre il marito dormiva, maturò l’intenzione di punirlo non tanto con l’obiettivo di ucciderlo, quanto piuttosto con il desiderio di affermare la propria ribellione, dimostrando di non essere più disposta a subire passivamente violenze ed umiliazioni. Scelse allora di servirsi di una corda di tapparella per immobilizzarlo con la tecnica dell’incaprettamento, appresa anni prima in Sicilia. Tuttavia, l’uomo si svegliò e reagì colpendola, azione che le provoco’ un impulso incontrollabile che la spinse a stringere la corda con maggiore forza. La colluttazione degenerò rapidamente: Fogli cadde dal letto urtando la testa con violenza, mentre la moglie, in preda a uno stato di concitazione, lo colpi’prima con una lampada e poi con un cofanetto. A provocarne la morte fu la trazione della corda che compromise irrimediabilmente le sue funzioni vitali. In un momento di ripensamento, Milena tentò persino di recidere il nodo con un coltello, ma ormai la morte era sopraggiunta. Una volta resasi conto dell’accaduto, fu colta da disperazione e decise di occultare il corpo, avvolgendolo in sacchi di plastica e collocandolo sul balcone, mentre all’indomani cercò di mantenere una parvenza di normalità con le figlie, fino a trovare la forza di contattare le autorità e costituirsi.
La vicenda solleva inevitabilmente interrogativi di natura etica sul concetto stesso di male. Nella tradizione del pensiero occidentale esso è stato spesso interpretato non tanto come una forza autonoma, bensì come una privazione, un vuoto che interrompe l’armonia ideale dell’essere umano. In questa prospettiva, il male può essere letto come negazione radicale dell’amore, come incapacità di stabilire relazioni autentiche e rispettose, trasformandosi in espressione di frattura e disgregazione tanto interiore quanto sociale.
Conclusioni
Dal punto di vista investigativo, ogni confessione necessita di essere sottoposta a una rigorosa verifica, poiché non di rado accade che individui si autoaccusino pur non essendo direttamente responsabili, talvolta mossi dal desiderio di accentrare l’opinione pubblica, altre volte per proteggere terze persone. Nel caso di Milena Quaglini, tuttavia, la corrispondenza puntuale tra le sue dichiarazioni e il complesso degli elementi probatori raccolti non lasciava margini di incertezza circa la sua responsabilità, sebbene rimaneva da comprendere a fondo la motivazione che l’aveva spinta a riconoscere i propri delitti.
Secondo una prima ricostruzione, l’incontro tra Milena ed Angelo Porrello si svolse in un momento di apparente normalità, ma ben presto, alla richiesta di un rapporto sessuale rifiutato, l’uomo si impose con forza fisica. Seguirono attimi di ulteriore tensione, durante i quali Milena manifestò dapprima una resistenza meno decisa, per poi opporsi con maggiore fermezza a un secondo tentativo di violenza. In seguito a tali episodi, ella decise di somministrare a Porrello un’ingente quantità di psicofarmaci disciolti nel caffè, scelta che trasformò rapidamente la situazione: l’uomo perse conoscenza e, dopo convulsioni, morì. Invece di rivolgersi alle autorità, Milena maturò la convinzione che il proprio passato giudiziario le avrebbe comunque precluso ogni possibilità di credibilità, optando così per l’occultamento del cadavere, che venne trascinato e nascosto con fatica nella concimaia, unitamente alla sottrazione di denaro e di un’automobile come mezzi di fuga.
La perizia psichiatrica mise in luce un quadro clinico particolarmente complesso. L’alcolismo, accompagnato a stati depressivi, tentativi di suicidio e ripetuti ricoveri ospedalieri, si aggravò nel tempo fino a divenire cronico, compromettendo finanche le gravidanze. A tutto ciò si aggiungevano episodi epilettici e manifestazioni psicopatologiche evidenti, elementi che portarono diversi periti a considerare la sua capacità di intendere e di volere significativamente ridotta. Infatti, fu evidenziata una forma cronica di psicopatologia: benchè Milena non presentasse psicosi o stati deliranti, il suo discernimento risultava gravemente compromesso, configurando un vizio parziale di mente.
Le indagini, proseguendo a ritroso, ricostruirono il suo percorso di vita fino al 1995, anno in cui, ancora incensurata, lavorava come collaboratrice domestica presso Giusto Dalla Pozza. All’epoca, la morte dell’uomo era stata archiviata come accidentale, ma nel novembre del 1999 fu la stessa Milena che confessò quell’episodio, definendolo il suo primo contatto diretto con la violenza omicida. Nei suoi racconti, emerge come un tentativo di aggressione sessuale da parte del datore di lavoro fosse stato in grado di provocare una reazione impulsiva culminata con l’omicidio.
Alla luce di quanto la vita di Milena fosse stata caratterizzata solo da violenze, il suo caso divenne molto presto un unicum nel panorama criminale italiano, richiamando, seppur con notevoli differenze di contesto e di movente, il precedente storico di Leonarda Cianciulli, la “saponificatrice di Correggio”, e trovando invece affinità più dirette con la figura della serial killer statunitense Aileen Wuornos, che uccise diversi uomini in risposta a violenze subite. Come Wuornos, anche Milena riteneva che i propri omicidi fossero una reazione legittima, quasi un atto di giustizia personale, aspettandosi da parte dell’opinione pubblica e dei giudici una certa comprensione. Non a caso, investigatori, psicologi e magistrati rimasero spesso colpiti dalla fragilità della sua figura, arrivando a provare sentimenti di empatia, seppur senza alcuna assoluzione morale.
Sul piano giudiziario, il percorso si articolò attraverso più sentenze. Nel 2000 la Corte d’Assise d’Appello di Milano condannò Milena a sei anni e otto mesi per l’omicidio del marito, riconoscendo il vizio parziale di mente e concedendo attenuanti generiche, anche in ragione della scelta del rito abbreviato. Poco dopo, la Corte d’Assise di Padova pronunciò la pena di un anno e otto mesi per l’omicidio di Dalla Pozza, qualificato come eccesso di legittima difesa. Diversa fu invece la posizione della Corte d’Assise di Pavia nel processo relativo alla morte di Porrello, poiché la perizia del professor Marasco stabilì la piena capacità di intendere e di volere dell’imputata, aprendo la strada a una condanna severa. Secondo l’accusa, l’evoluzione dei suoi delitti mostrava le caratteristiche tipiche della serialità criminale: da un primo omicidio caotico e impulsivo, a un secondo più strutturato, fino a un terzo condotto con modalità pianificate e sofisticate.
Il 24 settembre 2001 Milena comparve per l’ultima volta in aula, offrendo un racconto della propria vita intriso di disperazione, di rabbia e di un profondo bisogno di giustificazione, quasi a voler ricondurre le sue azioni a un inevitabile destino. La sua storia, tuttavia, si concluse poco tempo dopo, nel carcere di Vigevano, dove il 16 ottobre dello stesso anno decise di togliersi la vita impiccandosi con un lenzuolo, lasciando soltanto un breve messaggio privo di destinatario.
Il ricordo che rimase di lei fu quello di una donna complessa e contraddittoria, segnata da una fragilità profonda e allo stesso tempo capace di azioni estreme, vittima e carnefice insieme, la cui esistenza si consumò in un continuo oscillare tra desiderio di riscatto e attrazione per l’abisso, fino a soccombere definitivamente nel baratro che l’aveva accompagnata per tutta la vita.
BIBLIOGRAFIA
Corsi, M. (2010). Donne criminali: Storie di sangue al femminile. Roma: Castelvecchi
Romito, P. (2021). Violenza di genere: Forme, contesti, conseguenze. Milano: FrancoAngeli.
Sarteschi, C. (2019). Le menti criminali: Viaggio nella criminologia e nella scena del crimine. Roma: Newton Compton.


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