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Dalla Legge 180/1978 all’istituzione delle REMS



Autore: MASCOLO avv. Emanuele - ANTONELLI dr.ssa Federica

ISSN: 2785-0692





Sommario:

  1. Introduzione;

  2. L’autore del reato malato di mente;

  3. La qualità della vita e riabilitazione in REMS: il valore della partecipazione alle attività;

  4. Bibliografia.



    1. Introduzione

Negli ultimi cinquant’anni la concezione della malattia mentale e delle risposte istituzionali al disagio psichico ha conosciuto una profonda trasformazione, che ha inciso non solo sull’organizzazione dei servizi sanitari, ma anche sul riconoscimento dei diritti e della dignità delle persone affette da disturbi mentali. La storia italiana della psichiatria è infatti segnata da una lunga fase in cui l’assistenza ai malati mentali non rispondeva a esigenze di cura, bensì a istanze di controllo sociale. La persona “folle” veniva considerata principalmente come un pericolo da neutralizzare, piuttosto che come un soggetto portatore di bisogni sanitari e sociali. Tale impostazione trovò una formalizzazione normativa nella legge n. 36 del 1904, la cosiddetta “legge Giolitti”, che attribuiva ampi poteri agli alienisti e sanciva il ricovero coatto in manicomio delle persone ritenute pericolose per sé, per gli altri o di pubblico scandalo. I manicomi, amministrati dal Ministero dell’Interno e non da quello della Sanità, divennero luoghi di custodia e segregazione, nei quali confluirono non solo persone affette da gravi patologie psichiatriche, ma anche soggetti marginali, devianti o semplicemente indesiderati, privati della libertà, della dignità e dei diritti civili.

A partire dagli anni Cinquanta del Novecento, in Italia come in gran parte dell’Occidente, questo modello custodialistico fu progressivamente messo in discussione da movimenti di critica all’istituzione manicomiale, che trovarono un punto di riferimento fondamentale nell’opera di Franco Basaglia. L’esperienza avviata a Gorizia e poi radicalizzata a Trieste rappresentò un momento di rottura rispetto alla psichiatria tradizionale, ponendo al centro del dibattito il tema della dignità della persona con sofferenza psichica. Basaglia evidenziò come alla malattia mentale originaria si sovrapponesse una vera e propria “malattia istituzionale”, prodotta dalla lunga degenza e dalle condizioni di vita all’interno del manicomio, che annullavano l’identità del soggetto e ne compromettevano irreversibilmente le capacità relazionali e sociali. In questa prospettiva, il manicomio veniva interpretato come un’istituzione totale, secondo la definizione di Erving Goffman, incapace di svolgere una funzione terapeutica e responsabile, al contrario, dell’aggravamento della condizione dei pazienti.

Il superamento di tale modello trovò una traduzione legislativa con l’approvazione della legge n. 180 del 13 maggio 1978, che segnò una svolta epocale nella storia della psichiatria italiana. La cosiddetta “riforma Basaglia” sancì la chiusura degli ospedali psichiatrici, eliminò il principio della pericolosità sociale come presupposto del trattamento e affermò il diritto alla cura e alla salute delle persone con disturbo mentale, da esercitarsi prioritariamente nella comunità e in regime volontario. L’Italia divenne così il primo, e tuttora unico, Paese al mondo ad abolire per legge i manicomi. La riforma introdusse un nuovo modello di assistenza fondato sui servizi territoriali di salute mentale, sui Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura negli ospedali generali e sulla continuità terapeutica tra ricovero e territorio, ridefinendo radicalmente il rapporto tra individuo, istituzioni e comunità. La persona con sofferenza psichica venne posta al centro del processo di cura, considerata nella sua unicità e complessità, e riconosciuta come soggetto titolare di diritti, capacità decisionali e potenzialità di recupero.

Il processo di de-istituzionalizzazione determinò un profondo cambiamento culturale e operativo: la cura sostituì la custodia, la presa in carico prese il posto dell’abbandono istituzionale e il territorio divenne il principale luogo di intervento. Si svilupparono percorsi riabilitativi orientati all’abitare, al lavoro, alla socialità e alla partecipazione comunitaria, con il coinvolgimento di équipe multidisciplinari e la valorizzazione del ruolo delle famiglie e delle reti sociali. In questo quadro, la cronicità non fu più considerata un destino ineluttabile, ma il prodotto di pratiche e organizzazioni inadeguate, mentre la diversità venne progressivamente riconosciuta come espressione soggettiva e non come stigma.

Tuttavia, se la riforma del 1978 segnò il superamento del manicomio civile, rimase a lungo irrisolta la questione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, strutture ibride poste sotto la responsabilità del Ministero della Giustizia, nelle quali convivevano funzioni di cura e custodia. Gli OPG, eredi dei manicomi criminali, finirono per riprodurre dinamiche segreganti, accogliendo persone con quadri clinici eterogenei, spesso sottoposte a misure di sicurezza di durata indeterminata e prive di reali percorsi terapeutico-riabilitativi. Nonostante alcuni tentativi di riforma, come la legge n. 354 del 1975 sull’ordinamento penitenziario e la legge n. 663 del 1986, che abolì la pericolosità sociale presunta, gli OPG continuarono a rappresentare un’anomalia nel sistema di tutela della salute mentale.

Un progressivo riordino della medicina penitenziaria fu avviato con il decreto legislativo n. 230 del 1999, che riconobbe ai detenuti e agli internati il diritto a prestazioni sanitarie equivalenti a quelle garantite ai cittadini liberi, e con il successivo trasferimento delle competenze sanitarie alle Regioni. Il superamento definitivo degli OPG fu però sancito solo con la legge n. 81 del 2014, che dispose la loro chiusura e istituì le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS). Queste strutture, a gestione sanitaria e sotto la responsabilità delle aziende sanitarie locali, rappresentano un tentativo di coniugare esigenze di sicurezza e tutela della salute, collocando l’intervento all’interno di un quadro terapeutico-riabilitativo individualizzato.

La normativa del 2014 introduce elementi di forte innovazione, stabilendo che il ricovero in REMS debba costituire una misura residuale, applicata solo quando non siano praticabili soluzioni alternative, e che la pericolosità sociale debba essere valutata sulla base delle caratteristiche soggettive della persona e non delle sue condizioni sociali o familiari. Centrale diventa il Progetto Terapeutico-Riabilitativo Individualizzato, elaborato dai servizi territoriali di salute mentale e condiviso con l’autorità giudiziaria, che orienta l’intervento verso il recupero e il reinserimento sociale, nel rispetto dei diritti e della dignità del paziente. La durata della misura di sicurezza non può eccedere quella della pena detentiva prevista per il reato commesso, segnando un ulteriore distacco dalla logica dell’internamento sine die.

Il percorso che dalla legge 180 del 1978 conduce all’istituzione delle REMS testimonia dunque un lungo e complesso processo di ridefinizione del rapporto tra salute mentale, diritto e società. Pur con criticità ancora presenti nella pratica applicativa, tale percorso ha contribuito a spostare l’asse dell’intervento dalla custodia alla cura, dalla segregazione all’inclusione, riconoscendo alla persona con sofferenza psichica il diritto di essere curata nella comunità e non esclusa da essa. In questa prospettiva, la salute mentale diviene non solo un ambito di intervento sanitario, ma un indicatore fondamentale del grado di civiltà e di coesione di una società.


  1. L’autore di reato malato di mente

L’istituzione delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza rappresenta uno dei passaggi più rilevanti e complessi nel percorso di superamento definitivo degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e nella ridefinizione del rapporto tra salute mentale, sistema penale e tutela dei diritti fondamentali. Attualmente, sul territorio nazionale, sono operative trenta REMS, in gran parte a carattere provvisorio, con una disponibilità complessiva di poco più di seicento posti letto e una presenza di pazienti che si attesta intorno alle cinquecentosettanta unità, suddivise tra soggetti sottoposti a misura di sicurezza definitiva e soggetti in misura provvisoria. I dati relativi agli ingressi e alle dimissioni, tuttavia, evidenziano una significativa dinamicità del sistema: dall’avvio delle REMS, a partire dal 2015, il numero delle dimissioni risulta consistente, a conferma di un funzionamento che, almeno nelle intenzioni del legislatore e nella prassi più virtuosa, si fonda sull’integrazione con i Dipartimenti di Salute Mentale e sull’orientamento verso il rientro nel territorio e nella comunità.

Sin dalle fasi iniziali della loro attivazione, le REMS hanno incontrato criticità rilevanti, riconducibili tanto a fattori organizzativi quanto a resistenze di natura politica e sociale. I ritardi nella realizzazione delle strutture, spesso legati all’opposizione delle amministrazioni locali e delle comunità ospitanti, hanno messo in luce quanto il tema dell’autore di reato affetto da disturbo mentale continui a suscitare paure e dinamiche di esclusione, in evidente contraddizione con i principi di integrazione territoriale e inclusione sociale che dovrebbero orientare il nuovo modello. A tali difficoltà si aggiungono le tensioni tra ambito giuridico e ambito clinico, che emergono in particolare nella gestione delle misure di sicurezza provvisorie e definitive all’interno delle stesse strutture, con ricadute sulla progettualità terapeutica e sullo scorrimento delle liste di attesa.

Dal punto di vista strutturale e organizzativo, il modello delle REMS si fonda su requisiti definiti a livello ministeriale che richiamano i principi del governo clinico e della qualità dell’assistenza, pur all’interno di un contesto caratterizzato da inevitabili limitazioni della libertà personale. Le residenze sono concepite come strutture sanitarie a gestione interamente pubblica, con una funzione eminentemente terapeutico-riabilitativa e una responsabilità clinica affidata a équipe multiprofessionali, in grado di rispondere all’elevata eterogeneità psicopatologica degli ospiti. La dimensione ridotta delle strutture, il numero limitato di posti letto, la presenza di spazi comuni e aree verdi, nonché l’organizzazione della vita quotidiana, rispondono all’esigenza di evitare la riproduzione di modelli istituzionali totali e di favorire contesti relazionali più stabili e umanizzati. Tuttavia, la compresenza di soggetti in fase acuta e di pazienti inseriti in percorsi riabilitativi avanzati pone questioni delicate in termini di equilibrio terapeutico, rendendo necessaria una modulazione flessibile degli interventi e delle misure di sicurezza.

Un ruolo centrale è svolto dai regolamenti interni delle REMS, che disciplinano la vita quotidiana degli ospiti, definendone diritti, doveri e modalità di relazione con l’esterno. In tali regolamenti emergono elementi comuni, ma anche significative differenze applicative, in particolare per quanto riguarda i colloqui con i familiari, le comunicazioni telefoniche, la gestione delle uscite autorizzate e le procedure di contenimento nei casi di comportamenti aggressivi. In questo ambito, la sfida principale consiste nel mantenere un equilibrio tra esigenze di sicurezza e rispetto della dignità della persona, evitando il ricorso a pratiche coercitive se non come extrema ratio e valorizzando, invece, strategie di de-escalation e contenimento relazionale. Centrale resta la definizione e l’attuazione del Progetto Terapeutico-Riabilitativo Individualizzato, che costituisce lo strumento cardine dell’intervento nelle REMS, orientato ai principi della recovery, al coinvolgimento attivo del paziente e al mantenimento o alla ricostruzione dei legami familiari, sociali e lavorativi.

La riflessione sull’autore di reato affetto da disturbo mentale non può prescindere dal concetto di pericolosità sociale, che continua a rappresentare il presupposto giuridico per l’applicazione delle misure di sicurezza. Introdotto dal codice Rocco, tale concetto si configura come intrinsecamente problematico, per la sua natura indeterminata e per la sua funzione storica di etichettamento di soggetti percepiti come minacciosi per l’ordine sociale. La tensione tra una concezione retributiva del diritto penale, fondata sulla responsabilità individuale, e una concezione preventiva, orientata alla difesa sociale, ha trovato nel sistema del doppio binario una soluzione formale, che tuttavia ha prodotto, nel tempo, effetti distorsivi, soprattutto nei confronti delle persone non imputabili per infermità mentale. La valutazione della pericolosità sociale, affidata a metodi statistici, clinici o combinati, resta segnata da un elevato grado di incertezza e di discrezionalità, con il rischio di decisioni influenzate da precomprensioni culturali, paure sociali e automatismi valutativi.

Le misure di sicurezza, così come concepite nell’impianto originario del codice penale, presentavano un carattere fortemente afflittivo, aggravato dalla previsione di durate minime e dalla sostanziale indeterminatezza del termine massimo, che ha prodotto nel tempo situazioni assimilabili a veri e propri “ergastoli bianchi”. La riforma introdotta con la legge n. 81 del 2014 ha inciso in maniera significativa su questo assetto, introducendo il principio, di portata sistemica, secondo cui la durata delle misure di sicurezza detentive non può superare la pena massima prevista per il reato commesso. Tale previsione ha restituito centralità al principio di proporzionalità e ha contribuito a ridimensionare la funzione meramente neutralizzante delle misure di sicurezza, rafforzandone la finalità terapeutico-riabilitativa.

In questo quadro, le REMS si configurano come uno spazio di mediazione tra istanze di sicurezza collettiva e tutela della salute mentale, chiamato a superare definitivamente la logica dell’internamento e della segregazione. La loro effettiva capacità di realizzare tale obiettivo dipende, tuttavia, non solo dall’assetto normativo, ma dalla qualità dell’integrazione con i servizi territoriali, dalla formazione degli operatori, dalla collaborazione interistituzionale e dalla possibilità di costruire percorsi individualizzati realmente orientati al reinserimento sociale. Il modo in cui una società si prende cura dell’autore di reato affetto da disturbo mentale continua a rappresentare, anche nell’esperienza delle REMS, un indicatore cruciale del suo livello di civiltà giuridica e di maturità sociale.


  1. La qualità della vita e riabilitazione in REMS: il valore della partecipazione alle attività.

La qualità della vita (QoL) è un concetto complesso che include vari aspetti del benessere individuale, come la salute fisica, psicologica, sociale ed emotiva. Nelle strutture detentive, come le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), la qualità della vita degli internati non dipende solo dalla gestione dei disturbi psichiatrici, ma è influenzata da una molteplicità di fattori, tra cui l’ambiente istituzionale e le opportunità di socializzazione e partecipazione ad attività significative.

La REMS è una struttura sanitaria che accoglie persone autrici di reato affette da disturbi psichiatrici, gestita esclusivamente dal Dipartimento di Salute Mentale della ASL. La permanenza è transitoria e l’internamento è applicabile solo quando è dimostrato che questa misura è l’unica idonea a garantire cure adeguate e contenere la pericolosità sociale. Pur essendo pensate per cura e protezione, le REMS possono essere ambienti chiusi e caratterizzati da isolamento. Questa condizione può incidere negativamente sul benessere degli internati, limitando le possibilità di relazione, l’accesso a stimoli esterni e la partecipazione a attività che favoriscono lo sviluppo di competenze relazionali e cognitive. La mancanza di opportunità di reinserimento sociale e di momenti di svago può contribuire a un peggioramento della qualità della vita e rallentare il percorso di recupero.

In questa prospettiva, la partecipazione attiva alle attività interne ed esterne proposte dalla REMS assume un ruolo fondamentale. Le attività terapeutiche, occupazionali, sociali, educative e ricreative offrono occasioni di socializzazione, sviluppo delle capacità individuali e gestione delle emozioni. Queste esperienze, insieme alla possibilità di entrare in contatto con l’esterno in modo protetto, possono influire positivamente sulla percezione del benessere e sulla qualità della vita, riducendo l’effetto negativo dell’isolamento tipico delle strutture detentive.

La riabilitazione psicosociale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è un processo che permette alle persone con disturbi mentali di accedere alle risorse necessarie per raggiungere il miglior livello possibile di benessere. Nel contesto delle REMS, questo approccio assume una particolare rilevanza, poiché la condizione di internamento incide profondamente sulla percezione di sé e sulla possibilità di immaginare un futuro. La riabilitazione psichiatrica e psicosociale si basa sul lavoro di un’équipe multidisciplinare e sul coinvolgimento attivo della persona nel proprio percorso di cura, privilegiando la qualità della vita rispetto alla sola riduzione dei sintomi. L’obiettivo non è conformare l’individuo a modelli sociali standardizzati, ma supportarlo nel recupero di sé, nella valorizzazione delle risorse residue e nella costruzione di una propria identità sociale.

In questo quadro si inserisce il concetto di qualità della vita, intesa come dimensione soggettiva e multidimensionale. Secondo l’OMS, la qualità della vita è la percezione che la persona ha della propria posizione nella vita, in relazione al contesto culturale e valoriale di riferimento, alle aspettative e agli obiettivi personali. Ciò significa che solo la persona stessa può essere giudice valido del proprio benessere, perché la qualità della vita dipende da valori, esperienze e aspettative individuali. Per questo motivo, la valutazione della QoL è diventata sempre più importante in psichiatria, dove le patologie sono spesso croniche e la dimensione del benessere complessivo è centrale.

Nel mio studio presso una REMS maschile, per analizzare la qualità della vita degli internati, ho utilizzato strumenti psicometrici come il VADO (Valutazione delle Attività e Definizione degli Obiettivi) e il WHOQOL (World Health Organization Quality of Life). Il VADO consente di valutare le attività e definire obiettivi riabilitativi personalizzati, mentre il WHOQOL offre una misura multidimensionale del benessere, considerando aspetti fisici, psicologici, sociali e ambientali. L’utilizzo combinato di questi strumenti ha permesso di monitorare nel tempo i cambiamenti nella qualità della vita e di comprendere come la partecipazione alle attività influisca sulla percezione del benessere.

I risultati ottenuti indicano un miglioramento della qualità della vita in quasi la metà del campione osservato. Questo miglioramento è stato attribuito principalmente alla partecipazione attiva alle attività proposte dagli operatori, tra cui interventi educativi, psicoterapeutici, ricreativi e sociali. Le attività hanno contribuito a modificare in modo positivo le routine quotidiane degli internati, favorendo un cambiamento nell’approccio alla vita e nella percezione di sé. In particolare, le attività ricreative e di socializzazione hanno mostrato un impatto significativo, offrendo opportunità di espressione emotiva, sviluppo delle competenze relazionali e riduzione del senso di isolamento tipico delle strutture detentive. La partecipazione a momenti condivisi ha permesso agli internati di sperimentare relazioni più autentiche e di aumentare la soddisfazione nei confronti della vita quotidiana.

Nonostante i risultati positivi, è emersa una variabilità significativa tra gli internati. Alcuni soggetti, in particolare quelli con deficit cognitivi o psicologici più gravi, o con barriere linguistiche, hanno incontrato difficoltà nella partecipazione alle attività. Questa evidenza sottolinea la necessità di personalizzare ulteriormente le proposte, rendendole più inclusive e accessibili, in modo da rispondere alle specifiche esigenze di ciascun individuo. Inoltre, la qualità della vita non dipende esclusivamente dalla partecipazione alle attività, ma è influenzata anche dal contesto generale dell’internamento, caratterizzato da restrizione della libertà e malessere psicologico. Tuttavia, i dati raccolti suggeriscono che un percorso riabilitativo ben strutturato, orientato alla partecipazione e alla valorizzazione delle risorse individuali, può incidere in modo significativo sul benessere degli internati.

I risultati di questa ricerca confermano l’importanza di considerare la qualità della vita come indicatore fondamentale nei percorsi riabilitativi in REMS. La partecipazione a attività significative può rappresentare una leva riabilitativa in grado di promuovere benessere psicofisico e relazionale, anche all’interno di un contesto chiuso. Le attività ricreative e socializzanti emergono come elementi cruciali per contrastare l’isolamento e favorire l’integrazione sociale. Il ruolo dell’équipe multidisciplinare risulta centrale nel garantire la progettazione di interventi diversificati e personalizzati, in cui il servizio sociale può contribuire attivamente alla creazione di opportunità di partecipazione e inclusione.

Tuttavia, i risultati mostrano anche i limiti di un approccio standardizzato: la presenza di fragilità cognitive, psicologiche o linguistiche richiede una maggiore personalizzazione e un’attenzione specifica alla accessibilità delle attività. Inoltre, la qualità della vita in REMS non può essere separata dalle condizioni di detenzione: la privazione della libertà e le difficoltà emotive connesse all’internamento rappresentano fattori che possono limitare il benessere anche in presenza di interventi riabilitativi.

In conclusione, la ricerca conferma che le attività proposte nella REMS, se strutturate e diversificate, possono avere un impatto positivo significativo sulla qualità della vita degli internati, migliorando la loro condizione psicofisica e le prospettive future. Un approccio integrato, che considera le necessità specifiche dei pazienti e promuove la partecipazione attiva, risulta fondamentale per ottenere un miglioramento concreto della qualità della vita in REMS.

 

  1. BIBLIOGRAFIA

Corsi, M. (2010). Donne criminali: Storie di sangue al femminile. Roma: Castelvecchi

Romito, P. (2021). Violenza di genere: Forme, contesti, conseguenze. Milano: FrancoAngeli.

Sarteschi, C. (2019). Le menti criminali: Viaggio nella criminologia e nella scena del crimine. Roma: Newton Compton.


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