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Li chiamiamo ragazzini. Intanto scendono in piazza da soli e qualcuno li manda avanti.

3 ore fa
Tempo di lettura: 7 min


Autore: LONGOBARDI dr Alvaro

ISSN: 2785-0692






  1. Introduzione

Diciamolo subito, senza giri di parole: stiamo lasciando i nostri figli soli in mezzo alla strada. E non soli del tutto, il che è persino peggio. Perché qualcuno che li accompagna c'è. Solo che non è lì per proteggerli.

Ogni volta che un corteo degenera, le cronache seguono lo stesso copione. Si contano i feriti tra le forze dell'ordine, si fotografano i cassonetti in fiamme, si raccolgono le dichiarazioni indignate di rito. Poi, in fondo al pezzo, quasi con imbarazzo, compare la frase che nessuno vuole leggere davvero: "tra i fermati

anche alcuni minorenni". La leggiamo, sospiriamo, voltiamo pagina. Eppure è lì, in quella riga relegata a margine, che si trova l'unica notizia che conta. Perché se un quindicenne finisce in questura dopo una giornata di scontri, la domanda non è soltanto cosa ci facesse lì. La domanda è chi ce l'ha portato.

Negli ultimi giorni le piazze si sono riempite di volti che non hanno ancora l'età per votare, per guidare, in alcuni casi nemmeno per uscire la sera senza il permesso dei genitori. Eppure sono lì, in prima fila, con il cappuccio tirato su e il telefono in mano. Si organizzano su Telegram e TikTok nel giro di poche

ore, non hanno tessere, non hanno sigle, non hanno un servizio d'ordine che li protegga o li trattenga.

Hanno una rabbia enorme e, troppo spesso, qualcuno pronto a sfruttarla.

E noi cosa facciamo? Li liquidiamo con due etichette, comode e speculari. Per una parte del Paese sono teppisti da reprimere, delinquenti in erba da rispedire a casa a calci. Per l'altra sono la meglio gioventù, eroi romantici da applaudire sui social, possibilmente dal divano. Due racconti opposti che hanno una cosa in comune: nessuno dei due si prende la briga di capire chi siano davvero questi ragazzi, e soprattutto chi ci sia alle loro spalle.


  1. Una generazione che abbiamo cresciuto noi

Chi sono, questi ragazzi, dovremmo saperlo benissimo. Li abbiamo cresciuti noi. Sono quelli che hanno passato gli anni delle medie chiusi in casa durante la pandemia, che hanno visto due guerre scorrere in diretta sullo schermo dello smartphone tra un video e l'altro, che si sono sentiti ripetere fino alla nausea

che il pianeta sta morendo e che la colpa è di chi è venuto prima di loro. Gli abbiamo consegnato un futuro precario, un mondo in fiamme e un'informazione frammentata in clip da quindici secondi. Poi ci stupiamo se scendono in strada con il fuoco negli occhi. Chi pensa che sia un fenomeno passeggero, o tutto italiano, farebbe bene ad alzare lo sguardo. Tra il 2025 e il 2026 la cosiddetta Generazione Z ha riempito le piazze dal Nepal al Madagascar, dal Marocco

al Perù, spesso sventolando la stessa bandiera pirata presa in prestito da un manga. In alcuni di quei Paesi le proteste hanno travolto governi interi. Non ultime quelle in Francia. Noi le abbiamo guardate al telegiornale come una curiosità esotica. Già nell'autunno del 2025, però, le mobilitazioni per Gaza ci

avevano mostrato una partecipazione studentesca imponente, in larghissima parte pacifica, ma con frange giovanissime finite dritte dentro gli scontri. Il segnale c'era. Abbiamo preferito non coglierlo.

Il punto, sia chiaro, non è la rabbia. I giovani arrabbiati sono sempre esistiti, e spesso hanno avuto ragione. Il punto è che oggi quella rabbia non ha più nessuno che la contenga. Una volta, piaccia o no, tra un sedicenne furioso e un cordone di polizia c'era qualcosa in mezzo: un collettivo, un sindacato

studentesco, una sezione di partito, un oratorio, un professore che ti guardava in faccia e ti diceva di fermarti. Strutture imperfette, ideologiche, a volte persino discutibili, ma capaci di dare un senso. Oggi quel filtro si è dissolto. E dove c'è un vuoto, qualcuno lo riempie sempre.


  1. La mano invisibile

Ed eccoci al punto che quasi nessuno ha il coraggio di toccare, perché scotta e perché obbliga a fare i conti con il proprio campo politico, qualunque esso sia.

Dietro una parte di questi cortei c'è una regia. Non dietro tutti, non dietro la maggioranza dei ragazzi che scendono in piazza in buona fede, ma dietro quelle frange che puntualmente trasformano una manifestazione in uno scontro. E quella regia non ha quindici anni. Ha quaranta, cinquant'anni, una lunga esperienza di piazza e un'idea molto precisa di come si usa una folla.

Sono i professionisti dello scontro: gruppi dell'estremismo politico che vivono di conflitto e che hanno bisogno di immagini, di numeri e di martiri. Sono certe frange dell'area antagonista più radicale, che da anni teorizzano la piazza come campo di battaglia. Sono gruppi estremi che si infiltrano nelle proteste per alzare la tensione e poi incassarne il dividendo politico. Ed è, purtroppo, anche la parte più marcia di certe sigle sindacali e di certi schieramenti politici, che dei ragazzi hanno bisogno come comparse: per fare numero, per riempire le foto, per dare un volto giovane e fotogenico a battaglie che con quei ragazzi hanno poco a che fare.

Il meccanismo è sempre lo stesso, e chiunque abbia seguito un corteo da vicino lo conosce. Gli adulti stanno dietro, o di lato, o direttamente altrove. Davanti mettono i più giovani, i più ingenui, i più esaltabili.

Gli forniscono slogan già pronti, indicazioni nelle chat, a volte persino il materiale. Poi, quando arriva la carica, i veterani conoscono le vie di fuga. I ragazzini no.

E c'è un calcolo ancora più cinico, che va detto con tutta la brutalità che merita. Un minorenne, agli occhi di chi organizza, è una risorsa perfetta. Davanti alla legge rischia meno di un adulto. Davanti all'opinione pubblica è intoccabile: se lo arrestano, è un ragazzino trattato come un criminale; se si fa male, è

un'immagine che fa il giro del mondo; se finisce in questura, diventa il simbolo della repressione. In ogni caso, chi lo ha mandato avanti ci guadagna. Lui, invece, ci rimette: una denuncia, un precedente, una ferita, un'adolescenza bruciata per una causa che altri hanno deciso di combattere sulla sua pelle.

Questo Paese i cattivi maestri li ha già conosciuti. Sappiamo dove porta la strategia di chi lancia la pietra e nasconde la mano, di chi teorizza la violenza a una cena e lascia che siano altri, più giovani e più fragili, a praticarla. Abbiamo pagato quel prezzo per un decennio intero. Fingere di non riconoscere certi schemi, oggi, non è prudenza. È complicità.


  1. L'escalation che nessuno vede

È così che funziona la spirale che non percepiamo. Non è un'esplosione improvvisa, è una combustione lenta, alimentata con metodo. Ogni scontro radicalizza un po' di più chi c'era. Ogni manganellata diventa un video virale, montato e rilanciato con cura da chi sa esattamente quale effetto produrrà. Ogni video porta in piazza nuovi ragazzi al sabato successivo, più arrabbiati, più convinti, più facili da manovrare. È una spirale distribuita su decine di città, frammentata in episodi che singolarmente sembrano gestibili. Ed è proprio per questo che non la vediamo: perché non arriva mai tutta insieme, finché un giorno arriva.


  1. Le colpe di tutti

Le responsabilità, però, non si fermano a chi manovra. Sarebbe troppo comodo. È colpa di una politica che conosce soltanto due riflessi condizionati: invocare più repressione per tranquillizzare il proprio elettorato, oppure coprire per convenienza le frange estreme del proprio campo, chiudendo un occhio su

chi strumentalizza i ragazzi purché porti voti e visibilità. È colpa di una scuola che conta le assenze, gestisce le occupazioni come un problema di sicurezza dell'edificio e rinuncia al suo compito più importante, cioè insegnare a trasformare la rabbia in parole e a riconoscere chi vuole usarti. È colpa di

famiglie che troppo spesso non sanno dove siano i propri figli quel pomeriggio, né con chi parlino nelle chat dove si organizza la piazza. Ed è colpa nostra, dei media, che raccontiamo i vetri infranti e ignoriamo le ragioni, oppure romanticizziamo la protesta senza mai chiederci chi stia mandando un quindicenne a farsi caricare in prima fila.


  1. Cosa fare, adesso

Le soluzioni non mancano, manca la volontà. Servirebbe ricostruire i mediatori che abbiamo lasciato morire: consulte studentesche con poteri reali, spazi di aggregazione aperti anche la sera, educatori di strada pagati il giusto. Costerebbero meno di un reparto mobile schierato ogni fine settimana.

Servirebbe un'azione investigativa seria e mirata non sul ragazzino che ha lanciato una bottiglia trascinato dalla folla, ma su chi pianifica, organizza, istiga e poi si dilegua. Chi strumentalizza un minore in un contesto di violenza dovrebbe risponderne fino in fondo, chiunque sia e qualunque bandiera porti.

E i partiti e i sindacati che si dicono democratici dovrebbero avere il coraggio di fare pulizia in casa propria, prendendo pubblicamente le distanze da chi usa i ragazzi come carne da cannone, invece di proteggerlo per calcolo.

Servirebbe che chi gestisce l'ordine pubblico fosse formato a trattare con dei minorenni, perché un corteo di ragazzini non si affronta come una curva di ultras, e la de-escalation dovrebbe essere la regola, non l'eccezione. Ogni carica sproporzionata è un regalo a chi soffia sul fuoco.

Servirebbe riportare il conflitto dentro le scuole, con assemblee vere sui temi attuali, sul clima, sul lavoro, e con un'educazione civica che divulghi di nuovo la cultura del rispetto, che insegni anche a riconoscere la manipolazione, perché un ragazzo che sa distinguere una causa giusta da chi la sfrutta è un ragazzo

molto più difficile da mandare allo sbaraglio. E servirebbe avere il coraggio di entrare nei loro spazi digitali non per sorvegliarli, ma per esserci, per offrire una voce alternativa a quella di chi, in una chat anonima, gli spiega che la prossima volta bisogna portare il casco.


  1. La domanda che resta

Ogni generazione ha avuto la sua piazza. Ma le precedenti, nel bene e nel male, ci arrivavano accompagnate da adulti che, almeno in parte, se ne assumevano la responsabilità. Questa ci arriva accompagnata da adulti che la responsabilità la scaricano tutta su di lei.

Così la domanda da farsi non è più che cosa vogliano questi ragazzi. Le domande vere sono due, e dovrebbero toglierci il sonno. La prima: dove eravamo noi, quando hanno deciso che l'unico modo per farsi sentire era scendere in strada a prendersi le botte? La seconda, ancora più scomoda: chi c'era, invece, al posto nostro?

Se non troviamo in fretta una risposta onesta, saranno loro a pagarne il prezzo. E quel giorno nessuno potrà dire di non averlo visto arrivare.

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